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Dal concorso in omicidio al lavoro nel settore ristorazione. Ingredienti: fiducia

Una storia di riscatto che passa per la speranza: la speranza di poter di nuovo credere in te stesso perché qualcuno ha creduto in te. Da qui parte la nuova vita di Angelo , arrestato a soli 23 anni a Salerno, condannato a una pena per concorso in omicidio, passando dal carcere di Benevento, Avellino, e arrivando infine a Capanne a Perugia. Non una vita semplice per Angelo, un passato turbolento con risse e aggressioni - e in un Paese in cui gli istituti di pena sono sinonimo di marginalità e non di reinserimento, il suo destino sembrava segnato per sempre. Poi l’occasione di una rinascita all’interno del Nuovo complesso penitenziario di Perugia, dove partecipa al progetto “Intra” realizzato da Frontiera lavoro, cooperativa che da vent’anni si occupa di favorire processi di integrazione sociale. Tra i tanti progetti, che hanno permesso di formare 420 detenuti, l’ultimo solo in ordine di tempo è “Io riesco”, applicato in quattro istituti penitenziari dell’Umbria, che darà modo a 30 detenuti di scontare gli ultimi 18 mesi di detenzione in una struttura ricettiva di Perugia.

Dopo 300 ore in aula e cinque mesi di pratica previsti dal corso per addetto alla cucina, Angelo, grazie al suo impegno, si guadagna un contratto a tempo indeterminato in un prestigioso ristorante di Perugia. Tutte le mattine esce dall’istituto alle 6.30 per farvi rientro alle 20.30, essendo in regime di “articolo 21”, legge sull’ordinamento penitenziario.

“Sono stato selezionato tra i detenuti per partecipare al corso, imparando tante cose nuove anche grazie all’aiuto di chef bravissimi - racconta Angelo. - Quando ho iniziato, non sapevo fare nemmeno una frittata. Imparare un mestiere mi ha fatto crescere e ho iniziato a dare il giusto valore alle cose”.

Poter assecondare le sue passioni ha permesso ad Angelo di comprendere che si può sbagliare, ma che ci si può anche rialzare. “Tutte le persone che mi hanno aiutato, da Luca Verdolini [responsabile dell’area Giustizia di Frontiera lavoro] agli chef e agli educatori del carcere, mi hanno sempre trattato come una persona, prima ancora che come un carcerato.

Hanno creduto in me prima ancora che lo facessi io. Non mi sono più sentito solo e abbandonato”. Dopo il corso inizia l’esperienza fuori Capanne. “Ho iniziato con una borsa lavoro nel ristorante, dove sono stato accolto con grande umanità anche dal mio capo (che non vuole che lo chiami così, una volta mi ha detto ‘il Capo sta in cielo, io sono solo Marco’). Mi sono emozionato”. Una possibilità che lo riporta a una parvenza di normalità. “La prima volta che sono uscito dall’istituto per andare a lavoro, ho pianto, un pianto liberatorio. Uscito dal cancello ho visto la realtà oltre le sbarre, le macchine che passano in strada, la gente che viveva una vita normale: mi sono sentito uno di loro”. L’impegno e la passione fanno guadagnare ad Angelo la stima dei suoi colleghi e del titolare del ristorante, che gli offre un lavoro stabile. “Non ci potevo credere. Non credevo davvero che potesse succedere a me, ma tutti mi dicevano ‘te lo meriti’.

Da quel momento ho iniziato a crederci anche io. Ho continuato, e continuo, a impegnarmi perché mi piace quello che faccio, e la fiducia che ripongono in me mi dà forza”. Inizia così una nuova vita per Angelo, anche se, una volta finito il turno, è il momento di tornare in carcere.

“Non mi sono ancora abituato a questa nuova vita - commenta - , anche perché la sera torno sempre in istituto.

Però questa esperienza mi permette di tornare, in parte, a una vita normale.

Tutti nella vita possono sbagliare: io ho sbagliato, e sto giustamente pagando per i miei errori. Prima del carcere, non avevo sentito questa stessa fiducia nella mie potenzialità. Grazie a questo progetto ho sentito, per la prima volta, di non essere solo. Mi sentivo vuoto, non avevo speranza, non avevo consolazione, poi ho incontrato tante persone che hanno saputo valorizzarmi. Solo quando capisci di non essere più solo, trovi la forza di cambiare vita, anche se hai fatto tanti sbagli, anche gravi. Finalmente ho ritrovato il sorriso”. Un percorso che non è ancora finito per Angelo. “Non ho ancora scontato la mia pena, però so che non voglio la vita di prima. Se potessi tornare indietro, non rifarei gli stessi errori. Ogni giorno non vedo l’ora di aprire gli occhi al mattino per venire a lavorare. È facile sbagliare, ma è anche difficile rimediare, e io pian piano ce la sto facendo. Ce la sto facendo perché ho visto che c’è un mondo diverso fuori dal carcere, e ho trovato una nuova speranza”.

Annalisa Marzano

Angelo allavoro incucina

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